KITE BUGGY A CIRCO MASSIMO

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Sopralluogo a Circo Massimo

CAP. 17 (OTTOBRE)

Lo scirocco soffiava su Roma ormai da tre giorni con tutte le solite conseguenze negative – l’incremento delle emicranie e dei colpi di clacson e dei ciclomotori a terra – e dalla sera era addirittura previsto un aumento.
– Domani arriva bello pieno. Ci vediamo lì alle cinque.
– Mah…
– E dai su, non fare sempre il piscione cacadubbi.

Quella era un’idea fissa che ad Andrea gliela aveva messa in testa il rider che faceva l’attore, quello che poi per lavorare se ne era andato a Berlino. L’unica direzione sulla quale potevano contare era quella che prendeva aria dalle Terme di Caracalla. Sarebbe stato molto più comodo scaricare in piano, ma le piogge che avevano bloccato la Panoramica – probabilmente i ragazzi del long stavano tornando a casa proprio in quel momento – avevano provocato l’esplosione di una conduttura e la chiusura di via dei Cerchi. Salirono allora sull’altro lato. Il parcheggio era deserto, tranne un NCC che sonnecchiava nella sua Mercedes. Sdraiate sulle panchine dello slargo due orientali con ancora il casco in testa e le biciclette a fianco probabilmente aspettavano con largo anticipo l’alba. Improvvisamente abitini corti e neri e tacchi stapparono barcollando da un sentiero tra l’erba e un tassì accostato da chissà dove ingoiò un gruppetto di quattro o cinque ragazze. Dall’altra parte della strada un Mazzini inquieto sedeva su una meringa di rivoluzionari e di martiri e di romantici.

– Ma Cristo… come cazzo ti sei vestito?
– E come volevi che mi vestissi? Più a cecio di così! – e scoppiò a ridere.
Luca notò che anche il buggy era stato acconciato a modo, con delle punte dorate ricavate dai fondi delle torte sistemate al centro dei mozzi posteriori.

Correndo verso il ciglio, Luca inciampò in una radice di pino. L’arena era un pozzo nero.
– Cazzo che buio!
– Aspettiamo una mezz’oretta.

Si erano fermati ad un bar aperto tutta la notte per un caffè e un cornetto, ma a Luca l’aria frizzante della mattina metteva fame. Ficcò la testa in macchina e tirò fuori un sacchetto di cartone. Cominciò a mangiare dell’uva, sputando i semini per terra e gettando i raspi giù nell’oscurità umida. Andrea lo fissò inorridito.
– Offerte – disse Luca, e rise.

Il chiarore cominciava a diffondersi scavalcando il trampolino dei Castelli, Rocca di Papa e a Monte Cavo. L’oro filtrava moltiplicato dalle bifore del campanile sopra Giovanni e Paolo e dagli squarci regolari che dalla Domus Augustana guardano giù verso il suo stadio. Sulla macchina da scrivere, bronzea come le ultime propaggini della notte, si riusciva appena a percepire la prima rider già in movimento, la duchessa di Sermoneta.

Il vento arrivava terribilmente sporco. Luca armò un barrato, ne aveva un altro ma Andrea non si sentiva sicuro con il sistema di sgancio e così comincio a stendere il suo solito manigliato.
– Non sembra vero!
– Vai! Entriamo nella Storia!

Entrare nella Storia era abbastanza facile verso il Tevere, ma risalire verso Caracalla costringeva a bordi corti e secchi di bolina, lottando anche con la spina rialzata e la ghiaia per non perdere velocità.

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